COTELLI: ”PROVEREMO A LIMITARE MILANO NELLE PIEGHE DELLA PARTITA. HO L’AMBIZIONE DI DIVENTARE HEAD COACH, MAGARI PROPRIO DI BRESCIA”

Uno degli assistenti di Alessandro Magro racconta e si racconta: “Il mio rapporto con il capo allenatore, la differenza tra il 2017 e oggi, l’emozione di stringere la mano a Messina e i talenti bresciani che stanno ricominciando ad affiorare”

Brescia. Dietro i grandi successi di una squadra c’è anche il lavoro di chi appare poco, ma è determinante per curare i dettagli. Nello staff di Alessandro Magro c’è un bresciano doc come Matteo Cotelli, che al decimo anno con la Leonessa ci spiega come si prova a limitare una corazzata come Milano, ma ci racconta anche tanto altro. Compresa l’ambizione di sedersi, un giorno, da capo allenatore su quella panchina dove adesso c’è il suo mentore. Ecco le parole raccolte per ”Basket time 2.0” e Bresciacanestro.com.

Dieci vittorie consecutive, record societario. Cosa si prova da bresciano ad aver contribuito a scrivere questa pagina di storia?

”Come dico sempre, per me è una gioia doppia. E’ il coronamento di un lungo percorso, che è stato tortuoso, ma che ora ci sta dando grandi soddisfazioni”

Magro cita spesso voi dello staff per condividere i meriti di quanto raccolto finora, ma esattamente qual è il compito di uno staff?

”In particolare io devo curare lo studio degli avversari, per essere sempre più performanti e distribuire il lavoro settimanale ai singoli giocatori”.

Cosa avete in mente per cercare di limitare, se non proprio fermare, una squadra di marziani come Milano?

”Limitarli e fermarli sarà durissima perchè sono solidissimi soprattutto difensivamente. Nelle pieghe della partita possiamo però provare a giocare la nostra pallacanestro, cercando i loro punti deboli. Sono i più forti, ma vogliamo fare una grande prestazione”.

Com’è il rapporto tra voi dello staff e Magro?

”Lui è un vulcano e quando facciamo le riunioni il nostro compito è quello di “cassare” qualcosa del tanto che lui scrive sulla lavagna anche perchè altrimenti (ride, ndr) sarebbe impossibile riuscire a fare in una sola settimana tutto quello che ha in mente”.

Con Treviso si è visto in modo emblematico come vi piace giocare dato che avete segnato 39 punti in contropiede: è questa la differenza con la squadra che nel 2017 stabilì il record, ora da voi battuto, delle nove vittorie consecutive?

“Si, io c’ero anche allora e posso dire che esiste una notevole differenza nel modo di giocare delle due squadre. Quella Germani era ”old school” mentre questa è l’emblema della pallacanestro moderna: domenica ci sono state azioni in cui tutti e cinque i giocatori in campo hanno toccato la palla per poi fare canestro. Il nostro mantra è ”keep run”, continuare a correre e macinare gioco. Se c’è la possibilità di andare in contropiede ci andiamo, se non c’è abbiamo capito che il pallone va condiviso: i giocatori sono bravi a fare quello che serve”.

Non temete però che le avversarie vi abbiano studiato in modo approfondito, c’è bisogno d’inventarsi sempre qualcosa di nuovo?

”Alessandro (Magro, ndr) ci dice sempre che bisogna continuare a migliorarci, eliminando i difetti, aggiungendo ogni volta una difesa, un attacco, un gioco, delle variabili che ci possano rendere continuamente imprevedibili”.

Quando nasce la passione di Matteo Cotelli per il basket?

”Da piccolissimo. Ho giocato al Team Exodus e poi al Club 28: ero un playmaker di rottura, stile Laquintana giusto per intenderci. Quando ho compiuto 18 anni ho iniziato anche a fare l’assistente, inizialmente nel minibasket. Nel 2012-13, a 24 anni, quando la Centrale del Latte era in A2 sono stato coinvolto nel settore giovanile del Basket Brescia Leonessa e ho vissuto l’entusiasmante annata della finale play off con Pistoia. Ho fatto una parentesi di un anno al PentaBasket Lumezzane-Sarezzo e quando sono tornato sono stato coinvolto da Max Giannoni e Andrea Diana inizialmente dividendomi tra prima squadra e settore giovanile poi, quando siamo saliti in serie A, sono stato dirottato solo sulla prima squadra. Quest’anno sono 10 anni in questa società”.

Pensi di rimanere sempre un assistente o ti piacerebbe un giorno fare il capo allenatore?

”Si ho l’ambizione di guidare un giorno una squadra tutta mia. Il massimo sarebbe farlo proprio a Brescia da bresciano. E’ chiaro che in un mondo dove si richiedono sempre più competenze c’è da tanto da imparare quindi voglio continuare a fare il mio percorso senza però precludermi nulla”.

Oltre ad Alessandro Magro, chi è il tuo modello di allenatore?

”Lui ha avuto da subito in me un’influenza importante: ho visto il suo approccio al lavoro e ne sono stato affascinato. Ogni tanto mi dice che gli ricordo quello che era lui a Siena per Pianigiani, Banchi e Crespi: quando è andato via da Brescia siamo rimasti sempre in contatto, è stato bellissimo ritrovarlo come capo allenatore. Il modello per tutti gli allenatori italiani è Ettore Messina, anche io lo ammiro molto e giocarci contro è sempre un’emozione, anche domenica lo sarà potendo stringergli la mano. Guardando agli Usa mi piace molto il modo d’intendere la pallacanestro e la vita di Popovich e Steve Keer”.

La Germani è la terza forza della serie A, ma perchè si fatica ancora a produrre giocatori e allenatori bresciani dato che siamo fermi (per gli alti livelli) ad Aradori e Scariolo?

”C’è stato un buco tra fine anni Novanta e prima decade del Duemila: in concomitanza con l’assenza di una squadra di vertice si è verificato un ridimensionamento dei settori giovanili. Il lavoro fatto negli anni da Brescia ora si comincia a intravedere: Veronesi e Mobio giocano in A2 a Latina e Scafati, altri si stanno facendo le ossa in B. Ci vorrà ancora un po’ di tempo, ma la strada è quella giusta”.

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